Visualizzazione post con etichetta intervista. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta intervista. Mostra tutti i post

venerdì 28 novembre 2008

Gli AF e AB del tango si incontrano per una intervista esclusiva prima del grande evento di Felino di sabato 29/11

L'INTERVISTA DOPPIA!

AF: nome e data di nascita?  

AB: Andrea 28 apr 67

AF: sesso, tango o finanza?

AB: ...di questi temp
i meglio i primi due che hai detto!!!

AF: sabato a Felino perchè si?

AB: ...innanzitutto per la beneficenza!...poi il castello da sogno!..e poi perchè prima si fa un aperitivo al qui si beve... diciamo che mi ha sollevato da incarichi gravosi, quindi ha portato bene... Alessio dice che è perchè ho fatto un gran casino... ti posso dire questo: ero convinto di aver smaltito la ressa in modo egregio

AF: sabato a Felino perchè no?

AB: ...non sono un amante del frac (si scrive così??)...vedi,ci faccio già una figuraccia...mi tocca mettere un completo, che non so ancora se avrò voglia di indossare..sopratutto odio coordinare, cintura, scarpe, cravatta

AF: il Tuo tango è?

AB: bella domanda, ragazzo!!...direi che esprime il mio animo inquieto:-))..non è mai uguale a se stesso...cerco di far prevalere il rapporto tra ballo e musica, il senso musicale diciamo così...
credo sia più importante delle strutture che si descrivono ...questo vale in tutti gli stili...voglio dire Frumboli ha una musicalità pazzesca, e anche Balmaceda, Javier ecc...
c'è anche un senso estetico nella "forma" della coppia, credo che una certa "eleganza" vecchio stile non sia passata di moda, sia in qualche modo essa stessa sostanza...
sono uno che è tornato indietro, credo anche per cercare un linguaggio più universale di comunicazione...voglio dire bisogna pure che la ballerina capisca cosa stai facendo...gli stili ormai troppo specializzati credo che riempiano degli spazi di vuoto espressivo.

AF: il tango in Italia è? Milano, Torino, Firenze, Bologna, Bore ecc ecc

AB: credo che dopo Bore sia cambiato qualcosa, è come una cesura...nulla è più come prima..ci sono stati pionieri, fra di loro cito Ferrari, Santi, l'Alieno...ecco questo è il tango che mi piace...aspetto con ansia il secondo atterraggio dell'alieno in italia...l'altra volta alcuni scettici non ci credevano, ma senza dubbio era tra di noi!!!

******************************************************

AB: nome data di nascita segno zodiacale

AF: 14 luglio 1976 – Cancro

AB: amore, sesso o vini biodinamici??

AF: senza amore non 
si riesce ad apprezzare in pieno i vini biodinamici e senza vino non si può fare un ottimo sesso

AB: la tua tanghera ideale?

AF: cribbio che domanda, tutte e nessuna, però Veronica Palacio è sicuramente quello che tradurre in ideale, una strada da seguire, un modello da sognare.

AB: perchè proprio il tango??

AF: mi diverte e mi sorprende ed è una gabbia di matti, io coi matti mi ci trovo bene

AB: sabato a Felino perchè si?

AF: per prima cosa per beneficenza, poi , per gli amici, per il Gibo che canta Sinatra prima dell’inizio della serata, per l’area elegante della serata, per l’aperitivo al Qui Si Beve (alle 8.00)

AB: sabato a Felino perchè no?

AF: perché se c’è molta gente si fa fatica a ballare, perché perché sono fati miei!!

AB: credi agli alieni??....ovvero Bore può essere considerata una base aliena??

AF: credo negli alieni come persone umane con doti sovranaturali, Bore è sicuramente la capitale di gente sovranaturale è un posto che se per divertimento ti piace toccare il pacco alla gente, nessuno ti dice niente se sei spiritoso e capace di farlo

AB: ...questa del pacco non mi giunge nuova! ...giungono voci anche di un partito molto particolare fondato a Bore: le puoi confermare?

AF: confermo, nasce per essere ufficialmente sempre in minoranza, ma in realtà nel segreto dell’urna, molti aderiscono alle beghe molli, si sentono rappresentati.

AB: tu hai dato molto al tango parmense, hai innovato parecchio. ti trovi a tuo agio in questo tuo ruolo pionieristico? 

AF: Ahh, ahh, il massimo che sono riuscito a fare è rispolverare è il tango imbariago, sinceramente caro AB mi piace ballare, perché rotto il ghiaccio della milonga viaggio a cuore libero, mi innamoro mi arrabbio sono depresso o felice. In modo molto più accelerato e accentuato rispetto alla vita non tangherica.Se essere pionieri vuol dire partecipare a iniziative di amici, ballare come ti pare ,non aver paura di invitare una ballerina per paura che abbia fatto mezza lezione di tango, andare al bar quando ci sono le milonghe.quello sono io, pionieristico? No so.

AB: e dopo Bore??... il diluvio??


AF: il dopo non esiste, in qualsiasi luogo tu andrai uno di Bore incontrerai!

giovedì 23 ottobre 2008

Spacciatori di Hogan...

Da "Repubblica" del 23/10/08

NAPOLI
Arrestato il reggente dei Mazzarella: gestiva il mercato delle scarpe false.
In manette Paolo Ottaviano, nipote del boss attualmente detenuto. Sorpreso durante un vertice di camorra, aveva il libro mastro della contabilità e il catalogo di Hogan contraffatte.

In esclusiva dal carcere, per l'inviato di VogliadiTango, un brano dell'intervista col boss:

Vdt: "Dunque, sig. Ottaviano, ci dica qualcosa di questo losco traffico di Hogan".
Ottaviano: "Ecchettelodicoaffare, la Hoggan è come a' mozzarella di bbufala, la vendi sempre...".
VdT: "Tra i suoi clienti c'erano anche personaggi legati al mondo del tango?".
Ottaviano: "Ecchettelodicoaffare, santa madonna del carmine, non farmi parlare!".
VdT: "Sig. Ottaviano, le ricordo che ogni beneficio di legge cui potrà accedere sarà concesso previa sua collaborazione".
Ottaviano: "Ecchettelodicoaffare... In effettivamente uno me lo ricordo... Un certo Don Vincenzo di Casalmaggiore. Chillo è nu fetentone, mi comprò un paio di hoggan false trent'anni fa e mi dicette che tanto le consumava subbito, che dovevo poi spacciargliene delle altre... Mai più l'ho sentito, infame...".

Vince, ti abbiamo scoperto! Le tue Hogan sono false!!!

mercoledì 12 marzo 2008

Intervista a Piazzolla, Cile 1989

Astor Piazzolla: Un tango triste, attuale, cosciente


Durante la sua ultima visita in Cile, nel luglio del 1989, quando si esibì in un memorabile concerto al Teatro Oriente, Piazzolla rilasciò l’intervista che pubblichiamo. Una delle ultime testimonianze sulla propria ‘poetica musicale’.

Il tango oggi non esiste più, dice. Esisteva anni fa, fino al ’55, quando BAires era una città in cui si vestiva il tango, si camminava il tango, si respirava profumo di tango nell’aria. Oggi non più. Oggi si respira più profumo di rock o di punk. Il tango di oggi è solo un’imitazione nostalgica e noiosa di quell’epoca. Fatto salvo, come lui stesso dichiara, quello che lui compone: “Il mio tango sì è tango di oggi”. Già da tempo si annunciava la fine della musica portena. “Il tango è come il presidente Raul Alfonsin: moribondo” scherza.

Il musicista invece, questa domenica di luglio dell’89, è vispo, allegro, si è appena alzato da una lunga siesta che ha fatto seguito a un pranzo ricco di frutti di mare e di “quel vino speciale che avete voialtri” con parte del suo conjunto al Mercato Centrale di Santiago. I suoi 69 anni stanno in un pigiama rosso a disegnini e non vuole che lo si fotografi così. Però parlare sì, questo a Piazzolla fa piacere.

Ha voglia di raccontare come si è indirizzato all’arte del comporre, come ha amato la musica e come ha difeso la propria, come lo aiutò Nadia Boulanger, sua maestra a Parigi, a scoprire che il suo stile stava lì, nel tango, e non nella musica europeizzante che aveva composto fino agli anni 50. 

Racconta come lo ha sempre infastidito essere conosciuto solo per Balada para un loco: “Una volta una signora mi ha avvicinato e mi ha detto –Maestro, oltre alla Balada cosa ha scritto?- ed io ho avuto una gran voglia di picchiarla…”.

Racconta come fosse sovraccarico di incarichi: per un quartetto di archi, un altro di chitarre, un quintetto di fiati, tutti per interpreti nordamericani. “Sembro un supermercato della musica”. E di come la sua vita si potesse riassumere in un solo tango, un tango molto porteno, molto triste, “non perché io sia triste”, dice, “al contrario io sono un pazzo, uno sciocco felice, mi piace divertirmi, mi piace bere, il mangiar bene, amo la vita e la mia musica non avrebbe nessun motivo di essere triste. La mia musica è triste perché il tango è triste. Il tango ha radici tristi e drammatiche, a volte sensuali, conserva un po’ tutto… anche radici religiose: il bandoneon fu inventato in Germania per accompagnare le liturgie. Il tango è triste e drammatico ma mai pessimista. Erano pessimisti i testi di una volta, assolutamente assurdi”.

Ci parla di come non ami il pubblico spagnolo (“non mi capiscono e nemmeno sanno pronunciare correttamente il mio nome”), a differenza di quello cileno, che ha da sempre compreso la sua musica (dalla prima volta nel 72). Una musica che come lui stesso dice “non è facile”.

‘E allora perché non studi?’

Non è stata semplice la mia lotta... Molto piccolo, quando ancora vivevo a New York, ho iniziato a suonare il bandoneon, e appena tredicenne ho avuto la fortuna di accompagnare il grande Carlitos Gardel. Ho lavorato anche per ‘El dia que me quieras’, interpretata dal ‘Zorzal criollo’. Intorno ai 17 anni sono rientrato con la mia famiglia a Mar del Plata e dopo qualche frustrante tentativo di studio di contabilità ho deciso di dedicarmi completamente alla musica. Ne ero profondamente innamorato e sapevo che quella scelta sarebbe stata per sempre. La musica è più di una moglie. Da una moglie puoi divorziare, dalla musica no. Una volta scelta diventa il tuo amore eterno e ti segue fino alla tomba.

In quel periodo suonavo il bandoneon in tutti i cabaret di BAires e cominciai a comporre. Con una gran faccia tosta mi sono presentato a casa di Arthur Rubinstein (che allora viveva nella capitale) con uno spartito sotto braccio. Era un opera orribile – ricorda sorridendo. In tutti i modi ho obbligato Rubinstein a leggerlo e già mentre lo eseguiva mi resi conto della sciocchezza che avevo fatto. Lui ha suonato un po’ e poi si è fermato a guardarmi. “Ti piace la musica?” mi ha chiesto. “Molto maestro”. “E allora perché non studi?”.

Fu lo stesso pianista polacco a chiamare il suo amico e compositore Alberto Ginastera e a dirgli che c’era un giovane ansioso di imparare. Alle otto di mattina del giorno dopo Ginastera, che in quel momento cominciava a presentare le opere che lo avrebbero reso famoso nel mondo, ebbe il suo primo allievo di fronte al piano, ed io il mio primo professore di composizione.

Era come far visita ad una fidanzata – sorride nostalgico Astor – mi ha insegnato il mistero dell’orchestra, mi ha mostrato le sue partiture, mi ha fatto conoscere ed analizzare Stravinsky. Mi ha fatto entrare nel mondo de ‘La consacrazione della Primavera’, che ho imparato a memoria. Le lezioni sono durate sei anni. Ed io mi sono lanciato a comporre come un folle. Ho litigato col tango e l’ho abbandonato completamente a favore di sinfonie, overtures, concerti per piano, musica da camera, sonate. Vomitavo un milione di note al secondo.

E come era la musica di ‘quel’ Piazzolla?

Aspetta, ora arriva la storia. Io ho scritto, scritto, scritto per circa dieci anni, senza mai fermarmi. Finchè nel 53 Ginastera mi chiama e mi dice che c’è un concorso per compositori argentini. Gli dissi di no, che si stavano presentando solo dei grandi nomi… ma alla fine mandai un mio spartito che si chiamava ‘Sinfonietta’ e ricevetti dalla critica il premio per la migliore opera dell’anno e il governo francese mi diede una borsa di studio per lavorare a Parigi con Nadia Boulanger.

Da quel momento niente fu più lo stesso per Piazzolla. Dovette andarsene in Europa perché una francese gli dicesse chi era e gli insegnasse riscoprire la particolarità del suo lavoro.

Mi presentai così con tutti i miei chili di sonate e sinfonie sotto il braccio: “Maestra, questo è il mio premio e qui ci sono le mie opere”. Lei lesse tutte le partiture, cominciò ad analizzare la mia musica e se ne uscì con una frase che mi sembrò terribile: “Sono molto ben scritte”. Quindi un lungo silenzio e poi: “Qui trovo Stravinsky, qui Bartok, qui Ravel… però sai cosa non trovo? Piazzolla”. E comincià ad indagare sulla mia vita, cosa facevo, cosa non facevo, cosa suonavo, dove vivevo, se ero sposato, fidanzato, single, sembrava l’FBI! Io avevo una vergogna incredibile a dirle che ero un musicista di tango. Alla fine le dissi che suonavo in un night club, non volevo dire cabaret, e lei: ‘In un cabaret vero?’. Era incredibile. Le avrei tirato una radio in testa, non le si poteva mentire.

“Lei mi dice che non è un pianista, che strumento suona allora?” – insiste lei – non volevo dirle il bandoneon, ero convinto mi lanciasse dalla finestra del quarto piano con strumento e tutto. Finalmente glielo dissi e mi chiese di accennare a qualcosa di mio. Lei mi ascolta, spalanca gli occhi, mi prende la mano e fa: “Pezzo di idiota! Questo è Piazzolla!”. E in due secondi cancella tutta la musica che avevo composto in dieci anni di vita.
Nadia Boulanger lo fece studiare per 18 mesi, che gli servirono come fossero stati 18 anni. “Dopo questo – gli diceva – potrai scrivere un quartetto di corde come si deve. Così si che imparerai”.

Lei si mi ha insegnato a credere in me stesso, e nella mia musica. Io che ero convinto di essere spazzatura perché suonavo tango in un cabaret, in realtà avevo qualcosa chiamato ‘stile’. Sentii una specie di liberazione. Mi liberai di colpo del tanguero vergognoso che ero e mi dissi: “Bene, quindi è questa la musica da seguire”.

Lei ha qualche particolare allievo di cui si sente orgoglioso? Ci sono musicisti che possono considerarsi suoi discepoli?

Ognuno dovrebbe ricercare il proprio stile. Se scrivono come me peggio per loro! La mia impronta consiste nell’aver studiato. Se non avessi studiato di sicuro non farei quello che faccio. Tutti credono che fare tango moderno si limiti a ‘fare rumore’, fare cose strane, e non è questo! Bisognerebbe andare in profondità e capire che quello che faccio è molto complesso. Se penso ad una fuga allo stile di Bach, sarà sempre “tanghificata”.

Questi due elementi producono uno strano fenomeno nella sua musica: si ascolta nelle radio, in programmi popolari e insieme nelle sale da concerto…

Beh, con Gershwin accade lo stesso. Villa-Lobos è già molto popolare, ascoltare Bartok non è più cosa rara…

Ma Bela Bartok non si ascolta nei programmi popolari…

Però provi a pensare a quello che accade con Bartok… nei thriller nordamericani quando c’è un momento di violenza ecco che compare ‘Musica per archi, percussioni e celesta’, o ‘La consacrazione’ di Stravinsky, o un Mahler. La musica che una volta (parliamo con Bartok degli anni 20) era considerata contemporanea oggi si usa normalmente.

E come si sente di fronte a tutta la musica posteriore?

Io non sento un musicista contemporaneo come posso sentire Bartok, Ravel fino a Penderecki e Lutoslawski. Uno Xenakis, non lo sento. Lo rispetto, si, rispetto Xenakis, Brown, Boulez... Una volta stavamo provando e dico: “Se qui aggiungiamo un arco cominciamo a suonare musica contemporanea”. “E che hai contro la musica contemporanea?” mi ha chiesto Gerardo Gandini (il pianista e compositore argentino che lavorava allora con me). “Non sono contro, semplicemente sarebbe una cosa strana” ho risposto. La musica contemporanea è qualcosa di strano. Assomiglia a qualcuno che sta scoprendo qualcosa… che c’è ma ancora non c’è…

Pensa che sia uno stadio sperimentale?

Si, immaginiamoci un vaccino che ancora non è in vendita. La musica contemporanea c’è ma ancora non è sul mercato.

A proposito di mercato. Molti musicisti, incluso lo stesso Gandini, separano la musica tra commerciale e non commerciale. Non la infastidisce che la sua sia inclusa nella prima categoria?

No, affatto. Mi offenderei se la mia musica fosse definita ‘leggera’, senza peso. La mia musica è una musica da camera, popolare, che ha origine nel tango e assume volti molti diversi. Se fossi stato un musicista contemporaneo non avrei potuto fare quello che faccio. Io posso arrivare ad una poliritmia o a un bitonale o tritonale (di cui faccio molto uso) ma non vado oltre per mantenere sempre un senso ritmico. Tengo uno swing di fondo e la parte alta la adorno con la musica.

L’audacia sta nell’armonia?

Nell’armonia, nei ritmi, nei controtempi, nel contrappunto di due o tre strumenti, che è molto affascinante. L’audacia sta nella ricerca di qualcosa che sia anche a-tonale. Per questo ci capiamo con Gandini, sennò non avrebbe suonato con me.

Per questo però ha avuto tanti problemi in Argentina, proprio per aver introdotto elementi estranei al tango.

Mah... cambiano i presidenti e non ci si lamenta, cambiano vescovi, cardinali, giocatori di futbòl, qualunque cosa ma il tango no, quello deve rimanere antico, noioso, ripetitivo…

Il cambiamento che lei ha introdotto nel tango non è stata una forma di europeizzazione?

No, io credo che quanto più si dipinga un paese tanto più si dipinge il mondo. Grazie alla mia musica molto portena sto lavorando in tutto il mondo. Si sente tutto il folklore e la particolarità di un'altra cultura. E’ quella la forza.

Non crede che la critica mossa a Villa-Lobos di aver europeizzato la musica brasiliana per renderla gradevole agli europei possa essere mossa anche a lei?

No, questa è una sciocchezza. Credo che Villa-Lobos sia al cento per cento brasiliano. La sua musica da camera è eccellente e totalmente brasiliana. La loro è una musica popolare invidiabile, molto intuitiva, noi forse siamo ‘troppo’ colti…

Più razionali… Quanto di europeo c’è nel suo tango? Quanto di Stravinsky o Bartok e quanto di Gardel?

Una volta un critico di New York ha detto una grande verità: tutto quello che Piazzolla fa ‘in alto’ è musica, e sotto si sente il tango.

(c) 1989 Gonzalo Saavedra
trad. a cura di VogliadiTango

lunedì 10 marzo 2008

Intervista a Pablo y Dana

Quando l’energia e l’entusiasmo si incontrano, non possono che dar vita ad una chiacchierata tutta incentrata sul “nuovo” (che a seconda di come lo guardi può anche non essere considerato tale). Questa potrebbe essere la sintesi dell’incontro di Tangomagazine con il nuovo (anzi il nuevo) tango
di Pablo Villaraza e Dana Frigoli.


Cominciamo dal principio: da quanto tempo lavorate insieme?

Pablo: Lavoriamo insieme da sei anni e mezzo. Nel dicembre del 2002 siamo venuti per la prima volta in Italia. All’inizio ci chiamavano più che altro in Asia, poi siamo venuti in Europa portando la tecnica che abbiamo sviluppato durante gli ultimi cinque anni.

In che cosa consiste la vostra ricerca, la tecnica che avete elaborato? È tango nuevo?

Pablo: Non so se è tango nuevo, abbiamo preso il “vocabolario tanghero tradizionale” trasformandolo, senza perderne l’essenza che per noi è fondamentale. Abbiamo lavorato molto sulla nostra coppia nel tango, cercando di consolidarla. Un lavoro complesso perché significa condividere dubbi e risultati nel bene e nel male. Dal punto di vista della tecnica ricerchiamo un tango più comodo, più confortevole, non voglio dire “nuevo” perché è una parola che non ci entusiasma molto, piuttosto il nostro è un tango giovane, per il tipo di ricerca non per l’età.

Allora che cos’è il tango nuevo?

Pablo: Penso che si debba intendere come un nuovo modo di concepire il tango: cambia l’obbiettivo della ricerca. Prima era focalizzata sull’uomo, tutto si basava sulla sua comodità. Oggi il tango nuevo si basa sulla comodità della donna, se la donna è
scomoda l’uomo comincia a preoccuparsi un po’ di più di lei e questo è un cambiamento nel tango. Nella forma classica del tango, la donna appariva ma, il centro dell’attenzione era l’uomo, oggi è ancora l’uomo ma, attraverso la donna.

Dana: esatto! L’uomo attraverso la donna. Questa è la definizione perfetta, l’uomo diventa protagonista facendo sentir comoda e facendo risaltare la propria donna.

Pablo: È un concetto complesso, soprattutto per noi uomini latini, perché veniamo da una generazione che aveva una concezione “machista” del tango. Per questo anche a me costa fatica, come a tutti credo; forse in Germania, dove già da molti anni è cambiato il rapporto uomo-donna, è più facile. In Italia però penso che sia ugualmente difficile.

Come mai allora gli uomini sembra abbiano tanta in difficoltà quando si tratta di abbracciare la donna nel tango? Come mai la maggior parte dei giovani sembra prediligere il tango nuevo prorio perché meno basato sull’abbraccio e più sul virtuosismo tecnico e musicale? Dov’è finito il macho?

Pablo: Ah ecco, per questo ho paura di cadere in equivoco parlando di nuevo. Il tango nuevo viene visto come un tango senza abbraccio senza avvicinamento, ma io credo che non sia così. Oggi per avvicinare una donna ci vogliono molti più elementi di prima… perché la donna ha bisogno della sua libertà.

Dana: Io credo che noi facciamo un tango nuevo, non tanto per la maniera in cui balliamo, ma per come lo focalizziamo. La forma di imparare è nuova. Ora il tango si insegna, prima si copiava. Si insegna a partire dall’osservazione fino ad arrivare alla spiegazione. Si insegna con un vocabolario, con metodo. C’è molto lavoro da fare quindi, abbiamo molti strumenti come maestri oggi. Non è come prima che ti dicevano: guardami e copia! Oggi si insegna ad ascoltare la musica, il tempo, il movimento, la tecnica per condurre. In questo senso è un “tango nuevo”. Il metodo è nuovo. Perché siamo gente giovane, abituata dall’università ad avere un metodo di ricerca, di sintesi. Abbiamo bisogno di capire il perché di una cosa, copiare non è più sufficiente oggi. Noi abbiamo dovuto studiare da soli, capire, mettere in ordine, creare una tecnica precisa e un metodo didattico chiaro, efficace e comprensibile per le persone di oggi.

Questo si che è nuovo! Esiste a Buenos Aires un vero e proprio movimento di ricerca ed elaborazione di un nuovo tango?

Pablo: Certo i cambiamenti non si fanno da soli, ci sono molte coppie che ricercano in questa direzione. Noi lavoriamo in gruppo con le altre cinque coppie che formano la nostra compagnia.

Dana: In questi ultimi tre anni ci siamo dedicati a consolidare la parte pedagogica del nostro lavoro, per questo abbiamo fondato uno studio molto grande a Buenos Aires, con sei sale, un’area di massaggi, per lo studio del corpo, con uno staff di diciassette persone, che si dedicano a uno studio in profondità e a tutto tondo per portare il tango ad un cambiamento di cui ci sentiamo responsabili. Tutti i giorni ci incontriamo nel nostro studio e studiamo dal tango alla danza contemporanea e prendiamo anche lezioni di inglese, come in una vera e propria scuola. E anche questo è nuovo!! Costruendo lo studio “DNI” abbiamo cercato di creare uno spazio nuovo. Lo abbiamo suddiviso in due parti: una parte dedicata all’insegnamento, e una alla creazione. La nostra compagnia è costituita da cinque coppie di ballerini ed insegna la nostra tecnica: “tango tecnologia concettuale” che si basa sul movimento naturale del corpo umano e la sua comunicazione con l’altro e in più lavorando con noi alla preparazione degli spettacoli. Per fondare questo studio e questa compagnia abbiamo fatto molte rinunce, non è stato facile rinunciare a viaggiare, decidendo di stabilire la nostra base in Argentina, lavorando all’estero si può guadagnare tutto quel denaro che in Argentina manca, ma noi ci sentiamo privilegiati a portare avanti le nostre ricerche in Argentina. Solo quando avremo formato persone in grado di portare avanti lo studio e le nostre idee cominceremo ad andare all’estero e non al contrario come fanno molti: viaggiano, senza avere una base nel proprio paese!

da Tangomagazine, Gen 07

lunedì 3 marzo 2008

5 Domande a Luis Bacalov (pianista-compositore)

Una discussione su un genere musicale che è filosofia, stile di vita, storia di uomini. Al teatro San Carlo di Napoli Luis Bacalov ha incontrato gli studenti delle scuole di Napoli. Parlando con loro, ha spiegato la magia di un ritmo che non stanca mai. Da Piazzolla all'Uruguay, dalla storia dell'emigrazione ad un commosso ricordo di Massimo Troisi.


È possibile dare una definizione del tango?

Esistono due tipi di tango. Quello prima di Piazzolla e quello dopo Piazzolla. Riconosciuta la grandezza del musicista argentino, però devo dire che, come ogni volta che ci si trova di fronte ad una figura di spessore così alto, si corre un rischio: quello della deriva stilistica. Nel tango esistono musicisti che io chiamo "Piazzollini". Per me questa ritualizzazione di fare tango lascia il tempo che trova. Non si possono mettere in pratica idee musicali imitando un genio, se non si ha lo stesso guizzo, lo stesso talento. Ognuno deve seguire la propria strada.


Anche lei si reputa un "piazzollino"?

Io mi ritengo fortunato, perché mi sono reso conto presto del rischio che potevo correre nell'imitare Piazzolla. Spero di essere riuscito a schivarlo. Al contrario, ammetto senza problemi l'enorme influenza che ha esercitato sulla mia musica il talento di Ennio Morricone, il cui segno sulla musica per il cinema è stupefacente. Credo che l'artista italiano sia oggi il musicista più talentuoso del cinema europeo.


Che rapporto c'è tra il jazz ed il tango?

È evidente, soprattutto nel caso di Piazzolla, una reciproca influenza tra jazz e tango. Quando però ragioniamo su questo aspetto dobbiamo considerare un elemento: Piazzolla ha vissuto a New York, che non possiamo definire, soprattutto in quegli anni, una città tipicamente americana. E' una città cosmopolita e particolare, dove l'influenza degli ebrei e della loro musica è molto forte. Piazzolla nella sua musica non ha incorporato solo il jazz, ma tutto un mondo di suoni, stimoli ed esperienze che gli provenivano dalla realtà. Il percorso del tango è parallelo a quello del jazz. Stesse umili origini, stessa ricerca, stessa continua evoluzione come tutte le musiche vive. Tra Piazzolla ed il jazz c'è stato uno scambio continuo: posso dire che senza il jazz, Piazzolla non sarebbe mai diventato Piazzolla.


Il tango è una musica che si caratterizza per la sua origine popolare. Rappresentata a teatro significa un tentativo di commistione con il genere più colto della musica?

Non esiste musica colta e musica popolare. Per me esiste musica interessante e musica noiosa. Sono contento che ora si stia tornando ad una valutazione più critica della musica. In passato, qualsiasi innovazione portata da una avanguardia musicale veniva accettata passivamente. Ora si è cambiato approccio, e di questo non posso che esserne felice.


È giusto riconoscere al tango origini più iberiche rispetto a quelle afro-americane?

Sì, è così. Nella storia del tango ci sono diverse fasi. Nella prima di queste, l'impronta spagnola attraverso Cuba è evidente. Da quando il tango si comincia a cantare, negli anni Trenta, individuare un'influenza specifica è molto più difficile. Io, per esempio, ritengo che la musica portoghese del Fado abbia avuto ed abbia una forte influenza sul tango. Certamente penso che il tango abbia subìto anche influenze dalla musica napoletana, attraverso l'emigrazione italiana in Argentina e Uruguay, la seconda casa di origine del tango. In questo breve excursus non possiamo dimenticare l'influenza dei musicisti colti. Un grande del tango come Orazio Salgan non ha senso se non si conosce Ravel. E poi c'è Piazzolla, un mix fantastico di stili e di generi.



Consigliamo dalla discografia del compositore argentino:

2000 Misa Tango - Luis Bacalov, Placido Domingo, Martinez, Chung (DG)
2001
Tango and Around - Luis Bacalov Quartet (CAM JAZZ)
2005
La meravigliosa avventura di Carlos Gardel - Luis Bacalov (CD 146 Il Manifesto)

mercoledì 6 febbraio 2008

Piccola Intervista a Geraldine Rojas

A 21 anni aveva già passato più della metà della sua vita trasnochando nelle piste. E' la bambina coccolata del mitico Sunderland club e la eletta da Duvall.

Consumata milonguera, ex-profuga della giustizia, attrice di cinema, non terminò mai gli studi. Ha vissuto velocemente. La turca Maria del Carmen credeva che a cinque anni sua figlia fosse troppo piccola per uscire di notte, però non a otto, ed allora Geraldine cominciò a frequentare le milongas fino all'alba. Andava con la Turca ed era l'unica bambina. Ballava con i vecchi milongueros come Pepito Avellaneda, Gerardo Portalea o Cacho Mantegaza, fino a che il sonno aveva il sopravvento.

Ebbe un'infanzia singolare: " Quando andavo presto al club Sin Rumbo i milongueros mi facevano camminare lungo la pista fino a che mi stufavo, per praticare. Lì andavo io, camminando, camminando e da ogni tavolo mi dicevano qualcosa. Lampazo: " Piba, unisci le ginocchia e le caviglie quando cammini! ". Margarita: "Non ti piegare, piba, non ti piegare! ". Milonguita: "Cosa cerchi nel suolo? Petrolio? Alza la testa! ".

Con questa scuola, e senza nessuna formazione tecnica, ne metodica, Geraldine divenne una ballerina molto rispettata nella pista e nello scenario, una delle poche ballerine professionali che senza provenire dalla danza d' accademia, riescono ad ottenere riconoscimenti da tutti. Viaggia in Europa e Giappone dando lezioni e facendo shows con il suo (ex)compagno Javier Rodriguez, ed è una dei personaggi del film di Robert Duvall Assassination Tango.

I tuoi modelli sono le vecchie milongueras di Urquiza, del Club Sunderland o del Sin Rumbo, no?

Loro, la Filippini, Ada, la negra Margarita, la Rusa. Non c'è nessuno che metta i piedi meglio della Filippini. E' una donna un pò robusta, alta imponente, dei tacchi impressionanti, gonne larghe, faccia da cattiva. Una regina, non ti stanchi di guardarla. Ada è il tipico tango salon e nel contempo qualcosa di sporco, non perchè sia poco precisa, ma piuttosto perchè ha una marcia in più. La Filippini è più eterea ed è più densa, però sempre elegante. Margarita è tutto il contrario, ha un energia, una velocità che dici: - Dio mio! Come ci riesce?!

Perchè sei sempre stata attratta da questa generazione?

Sono cresciuta con questa. I giovani sono arrivati dopo. Quando apparvero Miguel Zotto e Milena Plebs, io ero una bambina e fu uno shock, a tal punto da appendere il poster in camera. Lo stesso quando sorsero Vanina Bilous o Guillermina Quiroga. Mi facevano impazzire.

Allora non pensasti di studiare danza?

Mamma mi voleva portare al casting del Colon però non ci andammo. Credo che sia imprescindibile studiare. Vedi Margarita nel Sunderland e non puoi capire come faccia i boleos che fa. Bene, Margarita è infermiera, non dorme perchè esce dal Sunderland e va all'ospedale. Pensare che ci sono ragazze che stanno alla sbarra sette giorni su sette, meta-aduttore, stiramenti, ossa galleggianti e non so che altro: - Non ballare più sorella, guarda Margarita e poi ne riparliamo!

A parte l'eccellenza di Villa Urquiza, sei abbastanza critica nella milonga?

Ci siamo sempre divertiti dando soprannomi. C'è Chuky, Terminator e Jack lo squartatore, sempre ballando con qualche Stekeman che ne esce malconcia. Non manca mai Beethoven, il sordo, che mai segna a tempo. In tutte le milongas c'è sempre un Bèjart è il "creatore", dirige la pista, fa coreografie, grida: "Vieni ! Dai ! Guarda che arriva la variazione!" . Ci sono i Fondoschiena Danzanti. Mia sorella dice: " Se muovesse tanto le gambe come muove il fondoschiena, ballerebbe bene ".

Con Javier vi siete conosciuti nelle milongas?

L'ho conosciuto nel Si Rumbo un mercoledì. Avevo quindici anni e due settimane. Iniziammo a praticare, e poi ci fidanzammo. La storia è un pò strana, perchè il padre di Javier era stato molto amico di mia madre, erano due coppie amiche nella milonga ed un giorno litigarono. Rimasero le due fazioni Montecchio e Capuleti. Mia madre non era contenta che io frequentassi Javier e quindi eravamo costretti a vederci di nascosto fino a quando una sera io e Javier decidemmo di andare a ballare in milonga insieme e di farci vedere da tutti. Appena entrammo la milonga si fermò per un istante e tutti cominciarono a guardarci stupiti ma da quel momento le cose cambiarono...

venerdì 21 dicembre 2007

Intervista a Gustavo Naveira (traduzione)

Anche se Gustavo Naveira fatica ad ammetterlo o lo fa solo a metà, lo ‘stile Naveira’ esiste come fenomeno visibile da non meno di dieci anni. Nella pista i ‘ballerini Naveira’ di distinguono per l’utilizzo di passi e figure in grande varietà e per l’utilizzo dello spazio con una libertà sicuramente mai vista prima. Questo stile – che iniziò a prendere forma senza troppa premeditazione in un gruppo che riuniva Naveira, Mariano Chicho Frumboli e Fabian Salas – ha finito per diventare espressione del pensiero di Naveira sul ballo. O detto in altro modo, Naveira ha formulato una filosofia sulla questione, e sul ballo in generale, di rara profondità.
Gustavo Naveia è nato nel 1960 in una famiglia di persone affezionate al tango; impara musica da bambino e prende le prime lezioni di ballo con Rodolfo Dinzel mentre studiava economia all’Università. Poco dopo si è immerso completamente nella pratica del tango, per arrivare più tardi ad altre discipline come folklore argentino e balli spagnoli, e 3 o 4 anni dopo a diventare un professionista del genere.

Quando ti sei dato completamente al tango hai preso lezione da Antonio Todaro e Pepito Avellaneda.
Credo questo accadesse nel 1986, erano i maestri del momento. Avrò fatto una decina di lezioni con Pepito Avellaneda e altrettante con Todaro; all’epoca le lezioni non erano organizzate come oggi. E’ stato un apprendistato molto importante, erano, con Dinzel, i maestri più riconosciuti dell’epoca.

Comunque la filosofia di Dinzel era molto diversa.
Non tanto differente. Dinzel sembra più relazionato allo spettacolo e Todaro e Pepito alla milonga. Però oggi alla luce dell’esperienza e degli anni che passano, mi rendo conto che non c’era tanta diversità. Tutto è più o meno legato e ognuno di loro aveva un suo punto di vista sul ballo e ha sviluppato le cose che più gli interessavano.

Intendevo dire che Dinzel non aveva un passato nel tango da pista.
Non so, non conosco il passato di nessuno di loro; logicamente ho la sensazione che Todaro abbia avuto un passato in milonga più importante di quello di Dinzel. Però credo che l’aspetto più interessante di Todaro fosse la conoscenza delle possibilità del ballo e una creatività che gli altri non avevano.


Ti riferisci al fatto che avesse in repertorio molti passi propri?
Si, molto repertorio, però con uno stile sempre riconoscibile. Non faceva qualunque cosa… quello che faceva apparteneva ad un contesto sempre ben definito.


Potresti spiegarci meglio?
Qualunque ballerino ti direbbe che l’aspetto più importante dell’insegnamento di Todaro era l’eleganza, la posizione dei piedi, l’abbraccio… Può essere. Però per me l’aspetto più importante è quello strutturale. Todaro propone cose molto bene organizzate dal punto di vista della struttura del ballo e questo è l’aspetto più rilevante. Non credo che molti dei suoi alunni lo abbiano capito. La maggioranza ha incorporato la forma ma non l’organicità del suo ballo, che era in assoluto la parte migliore di questo maestro. Ci sono ballerini che hanno acquisito notorietà applicando gli elementi di Todaro e le sue figure ma non credo che ‘lo stile Todaro’ rispetti la sua idea originale.

Qual è invece la storia del tuo percorso? Non ti soddisfaceva lo stile che si ballava?
Credo che, in principio, questo processo sia corrisposto con certi cambiamenti, da una parte inevitabili, che accaddero in un dato momento; ed io insieme ad altri ragazzi abbiamo dato voce a questi cambiamenti. Chiamala insoddisfazione se vuoi, ma mi sembra ridicolo dire oggi ‘non siamo soddisfatti del ballo quindi mutiamolo’. E’ un po’ forzato. Ho iniziato a cambiare nel momento stesso in cui ho iniziato a ballare. Non è stata una reazione al ballo ma una maniera naturale di approcciarlo. Passavamo tutto il tempo a cercare passi e qualcosa di nuovo semplicemente perché la ricerca è interessante e attraente. Solo dopo si sono verificati cambiamenti che hanno avuto un effetto folgorante e hanno permesso uno sviluppo del ballo veloce ed esplosivo. E’ qui che comincia a definirsi uno stile, come lo chiamate voi.


Quando parli di sviluppo esplosivo ti riferisci al fatto che crebbe enormemente il numero di persone interessate al ballo?
No, mi riferisco al fatto che apparirono molte più possibilità dal punto di vista coreografico. Parliamo di numeri: se prima c’erano cinquanta figure, ora ne abbiamo non so 2500, non si possono contare nemmeno volendo. E d’altra parte la qualità tecnica della coreografia è aumentata notevolmente.


Prima quando? Stai parlando degli anni 40?
No, dei dieci anni anteriori all’esplosione di cui ti ho parlato, approssimativamente a metà degli anni 90, non c’è paragone con gli anni 40. Io penso che il ballo ha iniziato il suo vero sviluppo nell’ultima fase, a partire dagli anni 80.

La tua affermazione contraddice molti che reputano gli anni 40 l’epoca più produttiva del tango.
Non condivido. La maggioranza vuole sognare che negli anni 40 si trovavano ballerini spettacolari. Non è così. Io non ne ho mai visti.


Potresti parlarci dello stile con cui più ti identifichi?
Ad un certo momento si è reso necessario identificare tecnicamente ogni cosa che si fa ballando, quello che aiuta ad ampliare le possibilità tecniche, permette un uso più profondo del linguaggio del tango, più connesso con la musica ed una espressione artistica più genuina. Chi sta scegliendo se fare questo o quello, sta anche decidendo artisticamente, dal punto di vista della composizione coreografica. Prima questo non accadeva, ballavi facendo quello che sapevi e avevi con la musica una relazione appena intuitiva, niente di più. La composizione, l’equilibrio compositivo, l’improvvisazione come concetto, la densità dell’improvvisazione, il repertorio di figure più ampio, tutto questo è qualcosa di nuovo. Sia nel tango scenario che nel tango da pista.

Ti suscita qualche interesse il tango elettronico per accompagnare il tuo ballo?
Nessuno. Non dico che non possa accadere in futuro e prendere un suo peso. Per ora non trovo risultati interessanti.

Come dire che la musica dei ’40 continua ad essere comunque la più adeguata per accompagnare un ballo che, secondo il tuo punto di vista, rispetto alla sua epoca è molto più ricco …
Questo è un altro degli aspetti interessanti del tango. Mettiamola in questi termini: negli anni 40 e 50 la stella era la musica e si ballava per esprimere questo fervore che la musica provocava. Oggi al rovescio la stella è il ballo, si balla perché il ballo provoca fervore, e se si vuole ballare ogni volta meglio si usa la miglior musica che si è prodotta per questo fine. Credo questo confermi la mia idea che sono mutate le ragioni per cui la gente balla tango. Il tango è un fatto nuovo, non un ritorno come molta gente crede.

giovedì 20 dicembre 2007

Intervista a Gustavo Naveira (in spagnolo)


Aunque Gustavo Naveira se resiste a admitirlo, o sólo lo admite a medias, el “estilo Naveira” existe como fenómeno visible desde hace no menos de diez años. En las pistas, los “bailarines Naveira” se distinguen por desplegar pasos y figuras de una gran variedad y por usar el espacio con una libertad seguramente nunca antes vista en ese marco. Pero esta modalidad -que fue cobrando forma sin mucha premeditación en un grupo que reunía a Naveira, a Mariano “Chicho” Frumboli, a Fabián Salas- terminó por ser también una expresión del pensamiento de Naveira sobre el baile. O dicho de otro modo, Naveira ha ido conformando un pensamiento sobre esta cuestión, y sobre el baile en general, de un alcance y una profundidad infrecuentes. Gustavo Naveira nació en 1960 en una familia de gente aficionada al tango; aprendió música desde niño y tomó sus primeras clases formales de baile con Rodolfo Dinzel mientras estudiaba economía en la universidad. Poco después se sumergió intensamente en la práctica del tango, más tarde sumó otras disciplinas como folklore argentino y bailes españoles y tres o cuatro años más tarde ya era un profesional del género.


Una vez que te volcaste de lleno al tango tomaste clases con Antonio Todaro y Pepito Avellaneda.
Creo que eso fue en 1986 y ellos eran los maestros del momento. Habré hecho unas diez clases con Pepito Avellaneda y otras tantas con Todaro; en ese tiempo la cuestión de las clases no estaba tan organizada como hoy. Fue un aprendizaje muy importante, eran los maestros más reconocidos de la época, junto con Dinzel.

Aunque el enfoque de Dinzel era muy distinto.

No tan distinto. Dinzel aparecía más relacionado con el espectáculo y Todaro y Pepito con la milonga. Pero hoy, a la luz de la experiencia y de los años que pasaron, me doy cuenta de que no eran tan disímiles. Todo está más o menos vinculado y cada uno de ellos tenía su punto de vista sobre el baile y desarrolló las cosas que le quedaron cómodas.


Pero entiendo que Dinzel no tenía un pasado vivido en el tango de pista.

No sé, yo no vi el pasado de ninguno de ellos; lógicamente, da la impresión de que Todaro tenía una historia en la milonga más importante que Dinzel. Pero creo que lo más interesante de Todaro era un conocimiento de las posibilidades del baile y una creatividad que los otros no tenían.


¿Te referís a que tenía mucho repertorio de pasos propios?

Mucho repertorio, sí, pero dentro de una línea reconocida por el resto. No hacía cualquier cosa; lo que hacía formaba parte de un contexto muy definido.


¿Podrías avanzar un poco en esta idea?

Cualquier bailarín va a decirte que lo más importante de la enseñanza de Todaro era la elegancia, la colocación de los pies, el abrazo... Puede ser; pero para mí lo más importante era el aspecto estructural. Todaro proponía cosas que estaban muy bien organizadas desde el punto de vista de la estructura del baile y ese es el dato más relevante. No creo que muchos de sus alumnos lo hayan tomado. La mayoría incorporó la forma pero no la organicidad de su baile, que era lo mejor de Todaro. Hubo bailarines que adquirieron notoriedad aplicando elementos de Todaro y usando pasos de él; esto devino en una determinada forma, pero no creo que aquello que después se consideró la “manera Todaro” de bailar fuera la idea original.


¿Cómo fue tu propio camino? ¿No te satisfacían las maneras en que se bailaba?

Creo que, en principio, ese proceso estuvo relacionado con ciertos cambios, por otra parte inevitables, que ocurrieron en un momento dado; y yo, junto con algunos muchachos más, fuimos llevando la voz cantante de esos cambios. Llamalo insatisfacción si querés; pero me parece ridículo decir hoy “no estábamos satisfechos con el baile que se hacía e intentamos cambiarlo”. Es un poco forzado. Yo empecé a cambiar desde el momento mismo en que comencé a bailar. No fue una reacción contra el medio sino una manera natural de abordar el baile. Estábamos todo el tiempo buscando pasos y cosas nuevas, simplemente porque el hecho de buscar ya es de por sí interesante y atractivo. Y después hubo cambios que tuvieron un efecto detonante y permitieron un desarrollo del baile muy rápido y explosivo. Es en ese momento que empieza a definirse un estilo, como vos lo llamás.


Al decir “desarrollo explosivo”, ¿te referís a que creció enormemente el número de gente que se acercó al baile?

No, me refiero a que aparecieron muchas más posibilidades desde el punto de vista coreográfico. Te lo pongo en números: si antes existían cincuenta figuras, ahora hay, no sé, dos mil quinientas; no se pueden ni siquiera contar. Y por otra parte, el abordaje de la coreografía alcanzó una calidad técnica muy superior a la que tenía antes.


¿Antes cuándo? ¿Estás hablando de la década del 40?

No, de los diez años anteriores a esta explosión que te mencioné, hasta aproximadamente mediados de los ‘90; y comparado con la década del 40, ni hablar. Yo pienso que el baile comenzó a desarrollarse verdaderamente en la última etapa, a partir de los años 80.


Tu afirmación va a contramano de lo que dice mucha gente, y es que la época más productiva del baile fue la década del 40.

Lo lamento. A la mayoría de la gente le encanta soñar con que en los ‘40 había unos bailarines espectaculares. No coincido. Nunca los vi, nunca encontré datos ciertos de que realmente fuera como dicen.


Pero se sabe que en algunos barrios había bailarines con mucha inventiva y estilos que se correspondían con ciertos lugares...

¿Vos los viste?


No, pero es posible encontrar hoy viejos milongueros que vienen de esa época.

¿Dónde están? Un tipo que en los ‘40 era un bailarín con muchas figuras tenía que tener en ese momento no menos de treinta años. Si era un bailarín impresionante contaba con diez o quince años de baile... por lo menos. Hoy tendría cien años. No, no queda nadie de esa época.


¿Podrías hablar más sobre este estilo que se identifica con vos?

En cierto momento apareció la necesidad de identificar técnicamente cada cosa que se hace en el baile, lo que ayuda a ampliar las posibilidades técnicas, permite un uso más profundo del lenguaje de tango, mejor vinculado con la música y con una expresión artística más genuina. El que está eligiendo entre hacer esto o aquello, también está decidiendo artísticamente, desde el punto de vista de la composición coreográfica. Antes esto no ocurría; un tipo bailaba haciendo lo que sabía y tenía una reacción frente a la música apenas intuitiva; nada más, eso era todo. La composición, el equilibrio compositivo, la improvisación como concepto, la densidad de la improvisación, el repertorio de figuras mucho más amplio, todo eso es algo nuevo. Me refiero igualmente al tango de escenario y al de pista.


¿Te despierta algún interés el tango electrónico para acompañar el baile?

Ninguno. No digo que no tiene futuro y quizás en algún momento aparezca algo de peso. Por ahora no encuentro resultados interesantes.


Es decir, la música que se compuso en los 40 continúa siendo para vos la más adecuada para acompañar un baile que, también según tu punto de vista, es mucho más rico que el de aquella época.

Ese es otro de los aspectos simpáticos del tango. Pongámoslo en estos términos: en los ‘40 y ‘50 la estrella era la música y se bailaba para expresar ese fervor que la música provocaba. Hoy es al revés, la estrella es el baile; se baila porque el baile provoca fervor; y como lo que se busca es bailar cada vez mejor se usa la mejor música que se haya producido para ese fin. Creo que esto confirma mi idea de que las razones por las que la gente está bailando son diferentes a las de antes. El baile es un hecho nuevo, no un retorno como mucha gente cree.


(Laura Falcoff)

martedì 18 dicembre 2007

Traduzione dell'intervista a Chicho Frumboli

Molti dei suoi colleghi lo considerano il ballerino più originale del momento. Nelle sue esibizioni sembra ampliare il catalogo di movimenti, spingendo all’estremo i principi di Gustavo Naveira. All’inizio ha ricevuto molte critiche ma lui ha portato avanti imperterrito il suo stile. Oggi, radicato in Francia, Mariano Chicho Fromboli è riconosciuto quasi unanimemente per la sua creatività. Questo il nostro dialogo in una delle sue visite a Buenos Aires:

Come sei arrivato al tango?

Nel 94, quando studiavo teatro, una compagna che ballava tango mi ha invitato a prendere lezioni con lei. Le dissi di no, che il tango non mi piaceva. Io suonavo la batteria, ero più rockettaro… alla fine poi le ho detto si, sono andato e dal quel giorno non ho più smesso.

Come mai non ha mai partecipato a nessuno degli spettacoli delle grandi compagnie?

Quello che si fa nei grandi show lo posso vedere e divertirmi ma non mi piace. Mi sento più ballerino di pista. La mia carriera si fonda su qualcosa di più intimo, più della milonga.

Tuttavia il tuo è un tango abbastanza spettacolare…

Può essere, si però sono estetiche distinte. Senza ripropormelo, credo che il mio modo di ballare abbia modificato l’estetica del tango, dall’immagine al movimento. Quando ho iniziato quello che più vedevo in milonga erano allievi che riproducevano gli stili dei loro maestri. Tutto quello che ho fatto è stato sentirmi un po’ più libero nel ballo. Ho appreso molto di quello che so in milonga, più che dai maestri. Ballavo da lunedì a domenica senza smettere.

Cos’è il Tango Nuevo?

Questo è quello che chiedo a voi… se non lo sapete voi siamo fregati (Sorride). No, all’inizio c’è una questione di marketing, come è accaduto con ‘la nuova generazione del tango’, di cui si parla. Io sono collegato spesso alle band elettroniche, forse per il tipo di ballo che faccio. Però al di là del fatto che conosca molti dei musicisti che suonano in questi gruppi io non mi sento identificato con il loro stile più di quanto non lo sia con quello di Troilo, Pugliese o D’Arienzo.

Nelle tue esibizioni usi musiche molto diverse tra loro… Come le scegli?

Per le esibizioni scegliamo la musica 10 minuti prima di ballare, secondo il nostro stato d’animo e l’atmosfera del posto. Improvvisiamo, non eseguiamo nessuna coreografia preparata. Questo l'ho imparato da Gustavo (Naveira). L’improvvisazione ti fa restare più ‘sveglio’ in tutto il tuo sentire. Questa varietà che noti nelle musiche serve perché per me il tango deve essere ballato in molte maniere differenti non in una solo maniera, come si fa oggi. Dovrebbero esistere diverse interpretazioni perché il tango è molto ricco di sfumature. Io sono musicista, quindi vedere persone che non ballano a tempo per me è inconcepibile. Così come non comprendo il ballare in una sorta di bolla, senza nessun tipo di vita interna.

Come si possono moltiplicare le possibilità di ballo?

Tutto quello che so sulla struttura della danza l’ho imparato da Naveira. E’ lui che ha trovato un percorso di ‘apertura’ del tango. Le possibilità di creazione ed evoluzione della danza hanno a che vedere con una comprensione assoluta di quello che accade quando mi muovo. Prima avevamo un uomo che spingeva un passo e la donna che lo rincorreva come poteva, oppure l’uomo che diceva direttamente ‘bene, ora fai il gancio, ora il boleo…’, o le marcava un ocho col polso rompendole un braccio. La relazione tra uomo e donna è molto più comunicativa adesso.

Si percepisce molto più gioco tra i ballerini…

Si, e quello che accade è che il gioco ti può portare da qualsiasi parte. Alcuni dei ballerini più giovani giocano e sperimentano ma a volte perdono l’essenza. Penso che si debba giocare ma a partire dalla conoscenza.

E qual è l’essenza?

Una connessione più forte che si dà tra l’uomo e la donna nel ballo. Oggi si imparano duo o tre passi e si passa a ballare… Ti sembrerò forse un milonghero fanatico, ma ballare significa pensare a come prendere una donna, a quanto pesa, al suo profumo, a come ti tiene la mano, se trema, se suda. Questa cerimonia del ballo implica codici che possono essere anche meno rigidi ma che devono essere presi in considerazione. Molti giovani non hanno rispetto per il ballo dei ‘vecchi’. Noi oggi stiamo ballando grazie a loro, è una ‘catena’…

Tu parli si simmetria e cambi di ruolo.

Si, è qualcosa che abbiamo formulato con Gustavo Naveira e Fabian Salas. La mia esperienza come giocatore di hockey su ghiaccio mi ha aiutato molto a capirlo: simmetria è la possibilità di fare tutto quello che facciamo sia su un lato che sull’altro. Tutto può riformularsi, quello che non cambia è il tipo di abbraccio.

Come si impara ad improvvisare?

Abbiamo diversi elementi: boleos, ganchos, paradas, barridas, colgadas e volcadas… quattro di questi elementi combinati in un certo ordine formano una sequenza. Però per poter giocare liberamente devo conoscere alla perfezione i singoli elementi.

Quanto è sociale il ballo che insegni?

E’ tanto sociale quanto la milonga lo permette. Sta in ognuno scegliere come ballare. Quando vado in un posto dove ballano distintamente dal mio stile io mi adatto e non mi metto a tirare ganchos, boleos ecc. E in ogni milonga cambia lo spazio che hai a disposizione da un giorno all’altro, da un angolo all’altro. Quello che io insegno è tango, quello che voi trovate a partire da questo è il vostro percorso. Ho allievi che dopo aver imparato una sequenza vengono da me e mi dicono: “Chicho, guarda, funziona anche così”. Ed io rispondo “Benissimo, imparo da voi”.

Ballare tango è l’argentinità al palo?

Assolutamente… ti collega con la storia e con la cultura argentina. Ballando il tango mi muovo in tempi che non ho vissuto. E’ una questione di sangue suppongo. Quanto più sono lontano, tanto più tango ascolto e mi accanisco. Penso che questo grande momento per il tango sia un fenomeno sociale universale. E un momento questo che tra internet e telefonia cellulare si sente una grande mancanza di comunicazione fisica con l’altro. La danza di coppia e soprattutto il tango risultano molto affascinanti… per la musica, il contatto con l’altro, l’ambiente. Si arriva in milonga e ci si sente ‘contenuti’.

Cosa provi in generale quando entri in una milonga?

La milonga è cambiata tanto. Prima dovevi essere vestito in un certo modo. Oggi per fortuna ognuno si veste come meglio crede. Da un lato però sento che c’è un grande vuoto generazionale, tanto nella danza quanto nella musica, per questo per più di 30 anni il tango è rimasto in disparte. In milonga trovi gente fino a trent’anni e gente ultrasessantenne. Credo si dovrebbe trovare una maniera più contemporanea per codificare il tango. Io ad esempio non ho quasi mai fatto un cabeceo ad una donna. Primo perché in milonga ballo quasi sempre con amiche, e secondo perché preferisco avvicinarmi al tavolo ed invitarla una donna.

E si rifiutano?

All’inizio mi hanno detto di no molte volte.

Così i nostri lettori possono consolarsi!

Si, chiaro che mi hanno detto di no. Solo un mese fa, senza andare troppo lontano, in una milonga di Parigi ho invitato una ragazza che ballava contemporaneo e che mi ha risposto ‘No grazie’. Ho pensato ‘Uy, com’è dura!’. Non mi ricordavo cosa si provasse.

Una volta hai dichiarato che per i nordamericani è più difficile che per gli europei comprendere il tango. Perché?

In Europa c’è una tradizione artistica molto più importante. Gli stati Uniti sono un paese recente, hanno una storia più leggera… Ma non voleva essere una critica.

Non vuoi conflitti col grande paese del nord?

(Sorride) No, non è questo. Penso sia una questione di tempi e che si riesca comunque alla fine ad incontrare la parte sociale e culturale più profonda del tango.

Fin dove porta l’evoluzione del tango?

Non so, va dappertutto. E’ bello quello che sta accadendo, la ricerca e la scoperta di nuove forme. Tutto questo porta a qualcosa di sconosciuto. Vorrei però che si mantenesse l’essenza tanghera, che non si convertisse in qualcosa di ibrido. Mi piacerebbe che le forme cambiassero mantenendo il vincolo tra i cuori, le anime, che il tango continuasse a relazionarsi con l’identità e la storia.

E tu dove vai?

Io vado sempre in cerca di soddisfazione. Nella mia vita cerco di fare quello che mi piace. Oggi come oggi quello che più mi appassiona è ballare, ma anche scoprire e creare.

Cosa ti piace fare nel tuo tempo libero?

Comporre al computer e disegnare.

Se la tua strada si dividesse tra un sentiero conosciuto e sicuro ed uno sconosciuto, quale sceglieresti?

Mi incamminerei per quello meno noto per vedere che succede.

Ritmo o melodia?

Entrambi.

Cosa pensi al mattino quando ti svegli?

Al tempo che mi resta da vivere. A non sprecarlo.

Cosa ti piace?

Stare con gli amici. Se sono solo mi diverto a guardare film di Jerry Lewis o Cha Cha Cha, il programma di Alfredo Casero.

Cosa ti annoia?

Perder tempo e faccio di tutto perché non accada.

Cosa temi?

Molte cose, ma sono contraddittorie e personali. Ho paura della routine per esempio o che si esauriscano le idee.

Un film?

Il cuoco, il ladro, la moglie e l’amante di Greenaway.

Un libro?

Non sono un grande lettore ma adoro Quino.

Luogo preferito per una vacanza?

Un posto tranquillo sul mare.

Sei religioso?

Si… ma di una religione tutta mia.

River o Boca?

Huracàn.

Un motivo di orgoglio?

Mi sento orgoglioso di quello che sono, anche se può sembrare arrogante. Quello che sono lo devo a molte sofferenze in passato.

Cosa vuoi fare da grande?

Essere un buon padre.



ps1. scusate ma l'ho tradotta senza dizionario... a volte sono imprecisa ma lo spagnolo è un vecchio ricordo. pietro correggimi tu.
ps2. chicho ti amo, diventa il padre dei miei figli!!!!
ros

domenica 16 dicembre 2007

Intervista a Mariano Chicho Frumboli (in spagnolo)


Muchos de sus colegas lo consideran el bailarín más original de la actualidad. En las exhibiciones parece ampliar el catálogo de movimientos, exprimiendo hasta el máximo conocido los principios de Gustavo Naveira. En sus inicios recibió críticas descalificadoras pero él siguió firme con su estilo. Hoy radicado en Francia, Mariano “Chicho” Frúmboli es reconocido casi unánimemente por su creatividad. En una de sus visitas a Buenos Aires mantuvimos el siguiente diálogo.

¿Cómo llegaste al tango?
En el ’94, cuando estudiaba teatro, una compañera que bailaba tango me invitó a aprender con ella. Yo le dije que no, porque a mí el tango no me gustaba. Tocaba la batería, era más rockero. Al final, como se enojó le dije que sí, fui y desde ese día no pude parar.

¿Por qué nunca participaste de ningún espectáculo de las grandes compañías?
Lo que se hace en los grandes shows lo puedo ver y disfrutar pero no es algo que me dé ganas de hacer. Me siento más bailarín de pista. Mi carrera está construida sobre algo más íntimo, más de la milonga.
Sin embargo, el tuyo es un baile bastante espectacular.
Puede ser, sí, pero son estéticas distintas. Sin proponérmelo, creo que mi baile cambió la estética del tango, desde la imagen y desde el movimiento. Cuando empecé lo que más se veía en la milonga eran alumnos reproduciendo los estilos de sus maestros. Lo único que hice fue sentirme un poco más libre al bailar.
Aprendí mucho de lo que sé en las milongas, más allá de que tuve maestros. Le daba de lunes a domingo sin parar.


¿Qué es el llamado Tango Nuevo?
Eso te pregunto yo a vos...
Si no sabés vos, estamos jodidos.
(Sonríe) No, en principio hay una cuestión de marketing, como pasa con “la nueva generación del tango”, de la que se habla en el exterior. Por otro lado, creo que se justifica más por el lado de la música más que por el baile. A mí me relacionan con las bandas electrónicas, quizás por el tipo de baile que hago. Pero más allá de que conozca a muchos de los músicos que tocan en esos grupos, no me siento tan identificado con esa música como con Troilo, Pugliese o D’Arienzo.


En tus exhibiciones usás músicas muy distintas entre sí. ¿Por qué las elegís?
En las exhibiciones elegimos la música 10 minutos antes de bailar, según nuestro estado de ánimo y según la atmósfera del lugar.
O sea que improvisamos, no seguimos ninguna coreografía previa. Eso lo aprendí de Gustavo (Naveira). La improvisación da cosas que no se dan preparadas y te hace estar mucho más despierto en todo sentido. Esas variaciones que notás en la música ocurren porque, para mí, el tango debería bailarse de muchas maneras distintas y no de una sola manera, como se hace hoy. Debería haber distintas interpretaciones porque musicalmente el tango es muy rico. Yo soy músico, entonces ver a gente que no baila en tiempo es algo que no puedo entender. Tampoco puedo entender que estén bailando en una especie de bola que va, sin ningún tipo de vida interna.

¿Movimiento sin sentimiento?
Sí, se perdió un poco la esencia tanguera. Más allá de que hay mucha gente joven que se siente identificada con mi baile, para mí es claro que bailo tango a full. No sé si la gente capta eso, por ahí se quedan más con la imagen poco ortodoxa.


¿Cómo se pueden multiplicar las posibilidades del baile?
Todo lo que yo sé sobre estructura de la danza lo aprendí con Gustavo Naveira.
Él es quien encontró un camino que abre el tango. Las posibilidades de creación y evolución de la danza tienen que ver con una comprensión absoluta de lo que está pasando mientras me muevo. Antiguamente lo que pasaba era que el hombre sacaba un paso y la mina tenía que correrlo como podía y, si no, el hombre directamente le decía “Bueno, acá hacé gancho, acá hacé boleo, etc.” o le marcaba ochos con la muñeca, rompiéndole la espalda a la mujer. La relación entre el hombre y la mujer es ahora mucho más comunicativa.

Hoy también se percibe mucho más juego entre los bailarines.
Sí, pero lo que pasa es que el juego te puede llevar a cualquier parte. Algunos de los bailarines más jóvenes juegan e investigan pero a veces pierden la esencia. Creo que uno tiene que jugar pero a partir del conocimiento.

¿Y cuál es esa esencia?
Una conexión muy fuerte que se da entre el hombre y la mujer al bailar tango. Hoy la gente aprende dos o tres pasos y se manda a bailar. Ya parezco un milonguero fanático ¿no?, pero me parece que bailar es pensar cómo tomar a una mujer, percibir qué onda, cuánto pesa, el perfume que tiene, cómo te agarra la mano, si tiembla, si transpira. Esa ceremonia del baile implica códigos que pueden ser menos rígidos pero que deberían seguir existiendo. Hay mucha gente joven que no tiene respeto por el baile de los viejos. Nosotros estamos bailando tango gracias a que existió esa gente, es una cadena.

En tus avisos hablás de simetría y de cambio de roles.
Eso viene de momentos que hemos compartido con Gustavo (Naveira) y Fabián (Salas). Mi experiencia como jugador de hockey sobre hielo me ayudó mucho a entenderlo. Simetría es como denominamos a la alternativa de hacer todo lo que hacemos hacia un lado, hacia el opuesto. Todo puede reformularse, lo único que no cambia es el tipo de abrazo.

¿Cómo se enseña a improvisar?
Tenemos diferentes elementos, llámense boleos, saltos, ganchos, paradas, barridas, colgadas, volcadas. Cuatro de esos elementos combinados en cierto orden forman una secuencia. Pero para poder jugar libremente tengo que conocer a la perfección esos cuatro elementos.

¿Qué tan social es el baile que enseñás?
Es tan social como la milonga lo permita. Está en cada uno elegir cómo bailar. Cuando voy a un lugar donde bailan distinto yo no me pongo a tirar ganchos, boleos y saltos por todos lados, me adapto a la milonga. Y en cada milonga, también varía el espacio disponible de un día a otro o de un rato a otro. Lo que yo enseño es tango, lo que vos encuentres a partir de eso es tu camino. Hay alumnos que después de aprender una secuencia vienen y me dicen: “Mirá, Chicho, así también funciona”. Y yo les contesto: “Buenísimo, loco, estoy aprendiendo de vos”.

¿Bailar tango es la argentinidad al palo?
Absolutamente. Te conecta con la historia y con la cultura argentinas. Al bailar tango me transporto a tiempos que no viví. Es una cuestión de sangre, supongo. Cuanto más lejos estoy, más tango escucho y más me pega. Pienso que el momento “grosso” que está pasando el tango es un fenómeno social universal. Es un momento en el que a pesar de internet y de los teléfonos celulares, hay mucha soledad y falta de comunicación física con el otro. Las danzas de pareja, pero sobre todo el tango por su grado de compromiso con el otro y con la música, resultan muy atractivas. Lo mismo que el ambiente, porque vos llegás a la milonga y te sentís contenido.


¿Qué sentís en general al ingresar a una milonga?
La milonga cambió mucho. Antes, al entrar a una milonga tenías que tener una imagen de traje, camisa, zapatos. Hoy, afortunadamente, cada uno va como quiere. Por otro lado, siento que hay un gran bache generacional, tanto en la danza como en la música, por esos 30 y pico de años en que el tango quedó marginado. En la milonga ves gente de hasta 30 y pico o gente de más de 60. Creo que habría que encontrar una manera más contemporánea de codificar el tango. Por ejemplo, yo casi nunca cabeceé a una chica. Primero porque no bailo mucho en las milongas, salvo con algunas amigas. Y, por otro lado, porque prefiero acercarme a la mesa e invitarla.

¿Y te rechazan?
Al principio, me han dicho que no muchas veces.

Así nuestros lectores se consuelan...
Sí, claro que me han rechazado. Hace unos meses, sin ir más lejos, en una milonga de París invité a una mina que bailaba contemporáneo “grosso” y me contestó: “No, no, gracias” y volví pensando “Uy, ¡qué duro que es esto!”, porque ya no me acordaba cómo era.

Alguna vez declaraste que a los norteamericanos les cuesta más que a los europeos entender el tango. ¿Por qué pensás que pasa eso?
En Europa hay una historia y mundo artístico mucho más importantes. Estados Unidos es un país más nuevo, tiene una historia más lánguida que la europea. Igual, no quisiera ser excesivamente crítico.

¿No querés tener conflictos con “el gran país del norte”?
(Sonríe) No, no es eso.
Pienso que es una cuestión de tiempos, también. Si encuentran la parte social y cultural del tango que es muy profunda, van a encontrar también el tango.

¿Hacia dónde evoluciona el tango bailado?
No sé, sé que va hacia algún lado. Está bueno lo que está pasando, esto de andar buscando y descubriendo nuevas formas. Todo eso va a llevar a un lugar que desconozco. Yo preferiría que mantenga la esencia tanguera, que no se convierta en un híbrido. Me gustaría que las formas evolucionen manteniendo el vínculo entre los corazones, que se relaciona con la identidad y la historia.

¿Y vos hacia dónde vas?
Yo voy siempre en busca de la satisfacción. En mi vida traté de hacer lo que me da placer. Hoy para mí lo más placentero es bailar, pero al mismo tiempo descubrir y crear.

¿Qué te gusta hacer en tu tiempo libre?
Hacer música con la computadora y dibujar.

Si circularas por una ruta que se divide en dos caminos que te llevan a destino, pero uno es conocido y seguro mientras que el otro es desconocido, ¿cuál eligirías?
Iría un poco por el desconocido, a ver qué onda.

¿Ritmo o melodía?
Los dos.

¿Qué pensás a la mañana apenas te despertás?
En el tiempo que me queda para vivir. En no perder tiempo.

¿Qué te divierte?
Estar con amigos. Estando solo me puedo divertir viendo una película de Jerry Lewis o Cha cha cha, el programa de Alfredo Casero.

¿Qué te aburre?
Perder el tiempo, por eso trato de que no pase.

¿A qué le tenés miedo?
A muchas cosas, pero son muy contradictorias y personales. Le tengo miedo a la rutina, por ejemplo, o a que se agoten las ideas.

¿Una película?
El cocinero, el ladrón, su mujer y su amante, de Peter Greenaway.

¿Un libro?
No soy de leer mucho, pero los libros que me gustan mucho son los de Quino.

Lugar favorito de vacaciones:
Algún lugar tranquilo y con mar.

¿Sos religioso?
Sí, pero de mi religión únicamente.

¿River o Boca?
Huracán.

¿Un motivo de orgullo?
Me siento muy orgulloso de lo que soy, aunque suene arrogante. Lo que soy hoy tuvo mucho sufrimiento detrás.

¿Qué te gustaría ser cuando seas grande?
Un buen padre.