venerdì 13 aprile 2007

Critica della Coppia

Critica della coppia

di Alejandro Lipcovich

Lo studioso Remi Hess, allievo di Henri Lefebvre e ordinario all'Università di Parigi VIII, non si occupa solo di sociologia della vita quotidiana, ma estende le sue fulminanti analisi anche al ballo di coppia, in particolare valzer e tango. Qualche anno fa è venuto a Buenos Aires per dare un'occhiata a quella danza che tanto accuratamente ci aveva descritto nei suoi libri. Ne ha subito approfittato Alejandro Lipcovich per fargli qualche domanda. E sebbene fossimo in molti a stare col fiato sospeso, il tango ha sostanzialmente superato il difficile esame dell'antropologo delle milonghe. Buon per noi, ci verrebbe da dire, se non si trattasse dell'ultimo trionfo del pressapoco. Ci sono delle cose che non sembrano troppo intelligenti nemmeno tradotte dal francese. Del resto, questo è ciò che passa il nostro bel convento del tango: mancanza di tatto storico e psicologia da pianerottoli a granel. Portiamo pazienza.




Non sempre ci sono state le coppie: solo da un paio di secoli; e una danza, il valzer, fu il loro primo testimone. Un’altra danza, il tango, fu invece il primo testimone che nella coppia “l’incontro con l’altro è pressoché impossibile.” “Il tango è critica della coppia”, sostiene il ricercatore francese Remi Hess. La coppia, lungi dall’essere sempre esistita, apparve nella vita pubblica in una data che è possibile stabilire storicamente: secondo Hess, è vincolata con la Rivoluzione Industriale e con l’evolversi delle danze europee, in particolare del valzer. Il valzer “presentò la coppia come qualcosa di universale, di carattere positivo e degno di grande entusiasmo”, anche se quello sguardo si indirizzò poi, alla fine del secolo XIX e principio del XX, verso un movimento nel quale, secondo Hess, si coniugano la nascita della psicoanalisi e quella del tango. Questa danza si sviluppa quando viene a cadere “la visione ottimistica della coppia”; nel tango “ogni ballerino ha una sua propria storia che rende pressoché impossibile l’incontro con l’altro”.

Che relazione c’è tra il valzer e la coppia come la conosciamo oggi?

La coppia non esisteva prima del valzer. E’ una forma sociale che sorge quasi nello stesso momento del soggetto individuale. Michel Foucault ha parlato della nascita del soggetto, però io credo che resti tutto un lavoro da fare sulla coppia. Ci fu un processo per cui la coppia si staccò dalla danza in gruppo. Prima le danze erano tutte di gruppo, gruppi di uomini e gruppi di donne; sebbene qualche volta si producessero delle mescolanze, i momenti in cui stavano insieme erano molto rari. In definitiva, il ballo è una metafora della vita sociale. Quando la coppia si staccò dal gruppo, rivendicò un’esistenza autonoma, cosa che successe nell’epoca della Rivoluzione Industriale, quando il massiccio arrivo dei contadini in città fece sorgere un nuovo urbanesimo e quindi un nuovo modo di intendere la coppia. In campagna la gente viveva in una sola stanza, mentre la cultura urbana permetteva le stanze separate. Prima della Rivoluzione Francese non si viveva in coppia; anche i ricchi avevano stanze separate.

Quando la coppia di ballo ha cominciato a farsi vedere?

All’inizio ci furono dei bozzetti, dei tentativi del valzer. Già nel 1500, con la Volta, si cercò di far accettare la coppia nella danza. Durò un secolo, ma la società non era ancora pronta, nonostante alcune personalità lungimiranti, come Elisabetta I d’Inghilterra o Lutero, fossero dei sostenitori del ballo in coppia. Tuttavia, il Protestantesimo si mostrò rapidamente ostile alla coppia, così come anche la Chiesa Cattolica e tutte le altre forze politiche dell’epoca. L’Inquisizione arrivò a bruciare le donne che avevano osato ballare in coppia: si diceva che quando un uomo e una donna ballavano, in mezzo c’era il diavolo. C’era una vera e propria lotta sociale perché la coppia avesse la sua legittimità pubblica.

Allora la coppia ha una data di nascita.

Quando uno passeggia per Parigi o Buenos Aires ha l’impressione che la coppia sia sempre esistita. Ma se uno vuole vedere com’era l’Europa nel Medioevo, deve andare a passeggio per l’Arabia Saudita. La lotta continua su scala mondiale. A Buenos Aires il valzer arrivò nel 1806; a quel tempo in Europa si ballava già in forma piuttosto libera, ma le forze dominanti sul Rio de la Plata erano contrarie a questo ballo, che era considerato quasi pornografico. Si è dovuto aspettare un secolo perché, con l’apparizione del tango e la sua legittimazione datagli dalla borghesia europea, gli argentini potessero disporre di un ballo di coppia senza persecuzioni.

Come si situa il tango nella storia della danza di coppia?

Il valzer aveva presentato la coppia come qualcosa di universale, di carattere positivo e degno di grande entusiasmo. Il tango è critica della coppia, che è molto difficile da costruire e quasi impossibile da raggiungere. I testi dei valzer sono sempre universali: “Amare, bere e cantare...”, “Com’è bella la nostra Alsazia...”, “Vienna, città eterna...”. Al contrario, il tango descrive sempre una soggettività: “La mia donna mia ha lasciato...” o “Sono solo...” Il tango sorge nella stessa epoca della psicoanalisi, quando la visione ottimistica della coppia cede il passo a quella pessimistica. Il tango tratta sempre questi aspetti negativi, anche quando la coppia è vista come un ideale. E’ un movimento molto interessante, che non c’è stato solo in Argentina: nel 1905 nasce il blues negli Stati Uniti, e la musette in Europa, che parla dell’impossibilità di essere felice. Però il tango è andato molto più in là, ha una letteratura più ricca, perché l’importante immigrazione europea in Argentina è stata una specie di esperimento di ciò che l’Europa avrebbe vissuto più tardi. In tutto il secolo XX, ci sono stati forti movimenti immigratori e l’Argentina ci può dare un’idea sui sentimenti che si producevano in quel contesto.

E’ utile il tango come spazio che rende possibile il vincolo di coppia?

Il tango di oggi non è lo stesso di quello del 1910. In quell’epoca era certo l’occasione d’incontro tra un uomo e una donna. Oggi è soprattutto un lavoro a due finalizzato a costruire un fatto estetico. I giovani ballano il tango come la danza classica o contemporanea, anche perché per essere un buon ballerino ci vogliono dai dieci ai quindici anni di lavoro. Assomiglia un po’ a suonare il piano: dopo sei mesi puoi arrivare a qualcosa che però non è un gran che. E nel tango c’è il problema di trovare un partner che sia più o meno al tuo stesso livello. Ogni ballerino ha una sua storia personale che rende pressoché impossibile l’incontro con l’altro. Nelle milonghe, nello sguardo degli uomini che cercano qualcuno con cui ballare, io vedo un terrore dello sguardo di diniego della donna, che gira la testa e si rifiuta; c’è la messa in discussione del proprio essere profondo. L’uomo argentino spinge molto sulla metafora della virilità e mi chiedo se sia solo una metafora. La donna invece, gioca alla liberazione. Molte donne vanno dallo psicoanalista e ballano il tango. C’è dunque un confronto tra una tribù virile e una tribù che cerca la liberazione e il superamento.

Se l’incontro con l’altro è così difficile, perché si balla il tango?

E’ un mistero, bisogna spiegarlo come un fatto quasi religioso. Mia madre era una cattolica fervente, andava a messa tutte le domeniche e quando ritornava dalla comunione aveva gli occhi che brillavano come quelli di molte donne alla milonga. Mia madre faceva la comunione a occhi chiusi, e questo lo possiamo vedere anche nelle coppie di Buenos Aires che ballano insieme, a occhi chiusi. C’è un aspetto di trance, di sacro, molto religioso.

Questo si produce nell’incontro con l’altro o è qualcosa di soggettivo?

E’ un incontro con la trinità: c’è un uomo, una donna e c’è chi li guarda. Ogni ballerino è compreso nella sua individualità, si incontra con l’altro e dipende dallo sguardo di un terzo. Questo è il valore del tango: la multidimensionalità dell’esperienza. Individualmente, si deve avere un equilibrio personale. Però si balla in due, quindi si deve stare con l’altro. E la coppia deve poi stare nel gruppo e rispettare le regole dell’istituzione. Tuttavia, ciò che più lo mette in relazione con l’esperienza religiosa è il miracolo che i ballerini, pur vivendo nello stesso posto e nello stesso luogo, stanno in temporalità differenti. L’uomo, dato che guida, è obbligato a pensare al futuro. La donna sta nel presente assoluto. Colui che guarda vede la figura finita, cioè il passato. L’uomo, la donna e il terzo stanno in tre temporalità differenti. Questo è ciò che rende possibile che tango sospenda il tempo. Il tempo è trattenuto, estatico, e quando uno partecipa di simile mistero, quando tiene una donna fra le braccia, ha l’impressione di trovarsi in un miracolo. E’ come fare esperienza dell’eternità.

C’è qualche altra danza che si possa paragonare al tango?

L’unica danza che trovo simile al tango è la capoeira: in essa non c’è contatto fisico, i ballerini si fronteggiano, ma penso ugualmente che abbia molto a che vedere col tango a livello di drammatizzazione, di tensione muscolare. Gli altri balli sono molto lontani dal tango perché non hanno improvvisazione, tutto è molto organizzato, molto coreografato. Alcuni balli ammettono un qualche tipo d’improvvisazione, ma sono pochi: per esempio la zamba argentina. E’ un ballo di seduzione, popolare, che secondo la mia opinione ha un poco contribuito alla genealogia del tango. Però la maggior parte dei balli popolari sono coreografici. Il tango rappresenta una sovversione totale alle regole imposte.

Alejandro Lipcovich
Intervista su Pagina/12, 2002
trad. Jean Fajean

The Tangueros Quarterly Review 13: 7 Aprile 2007

3 commenti:

Dori ha detto...

Non so quanto c'entri ...ma a proposito di coppia mi piace condividere con voi questa "Canzone d'amore" di Ada Merini:

Il mio vecchio che sembra un ragazzo
e che tante volte avrei voluto uccidere
per gelosia e amore.

il mio vecchio che mi ha celebrato come venere
e mi ha messo su tutti i giornali.

il mio vecchio con cui ho fatto numerosi viaggi
e che non tornerà più

dovrebbe dire a certe donne che
i suoi bianchi capelli
sono quelli del divino apollo
che incanta tutte le donne
e che io dafne mi nascondo tra i rami degli alberi
per non essere presa tra le sue braccia.

lui ha percorso mari e monti per conquistarmi
ma io sono un tronco di puro silenzio
e non gli farò vedere il mio fogliame.

il mio uomo che è bianco di capelli
e giovane di anni mi ha sempre portato lontano
e non ha mai ritratto queste fanciulle
che credono che un uomo,

un uomo divino possa un giorno baciarle sulla bocca.

Ciao Dori

Pietro ha detto...

WOW, Dori!!! Che bella poesia (me la son già copiata). Grazie! :-)))

niky ha detto...

Ciao Dori, Sei grande !!!